La tradizione tra le mani

Cantina Sassarini venne aperta da Natale nel 1968, il quale percepì la qualità e l’interesse economico nella produzione di un vino locale, ancor prima che la DENOMINAZIONE D’ORIGINE venisse sancita con il disciplinare del 1973.

Costruì la sua cantina e raccolse intorno a sé numerosi contadini che coltivavano incessantemente le loro vigne con orgoglio e maestria.

L’orizzonte di Natale Sassarini sembra ora fondersi nell’orizzonte di tutti i vignaioli delle Cinque Terre e del figlio Giancarlo, che ne porta avanti con fierezza li lavoro cominciato mezzo secolo fa.

Il cinquantesimo anniversario della Cantina Sassarini può essere la prima pietra per consolidare una tradizione enoica delle Cinque Terre che sino ad oggi è mancata.

Oggi la sede di produzione è totalmente rinnovata e dotata di attrezzature enologiche di ultima generazione, confermando l’impegno di perpetuare la tradizione.

L’orizzonte delle Cinque Terre

Un territorio sferzato dal vento di mare, dal sole estivo, arroccato e quasi isolato, arido e impervio, ma fertile se curato e assecondato.

Muretti impilati uno sull’altro, accostati come le case torri, muretti dal mare al limite del cielo, come sculture secolari.

Pietre al sole arroventate dal calore estivo, case per le serpi e custodi delle vigne, dei limoni e dell’ulivo.

Muretti che limitano gli orti e misurano il piede dell’uomo che se ne prende cura.

Muri pericolosi, pericolanti, muretti che reggono una struttura unica al mondo, muretti che segnano il paesaggio come rette infinite, muri di sasso che parlano della storia delle Cinque Terre.

Il vino nasce lì, la vigna sta bene lì.

Vigne di Bosco, Albarola e Vermentino, vigne difficili in un territorio difficile.

Sudore e caparbietà, fatica e salsedine.

Non c’è soluzione diversa dal mantenere saldi alla roccia i muretti a secco. Non c‘è un piano “B” per la viticoltura delle Cinque Terre.

Si parla di recupero dei vigneti, meglio sarebbe parlare di restauro, come se si trattasse di un’opera d’arte.

Ci sono progetti per la salvaguardia, ma è tutto affidato a pochi, gli “eroi”, i viticoltori eroici, che non mollano, anzi, ripartono ad ogni frana, ad ogni sasso caduto, ma l’opera è maestosa, ci vogliono mani e denaro, il tempo per i muretti non è infinito e si aprono ferite insanabili con le piogge d’autunno.

Ci vogliono mani e menti che si pieghino al sacrificio senza guardarsi intorno, che lottino contro l’abbandono, contro le siepi e il menefreghismo.

Se si tratta di un’opera d’arte, se veramente le Cinque Terre sono Patrimonio dell’Umanità, l‘uomo che non si prende cura del suo pezzetto di patrimonio deve fare un passo indietro e lasciare che altri abbiano il coraggio di sporcarsi le mani con la terra e permettere che tutto ciò sopravviva.

Il tempo non dà sospensive all’incuria e ora più che mai non servono “eroi” sopravvissuti, ma terra, sassi, barbatelle e denaro.

Se la vigna è cultura, se i muretti sono arte, se le Cinque Terre sono patrimonio dell’umanità dobbiamo fermarci, prendere fiato salire sino al limite dei paesi e non voltarsi indietro.

I vigneti tra i muretti sono lì, più sotto turismo inconsapevole e veloce.

Tutti guardiamo assorti l’orizzonte, ma non è lo stesso orizzonte per tutti.